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Italialaica
Non praevalebunt


Diario


7 febbraio 2008

Meno matrimoni, più coppie di fatto e più figli nati fuori dal matrimonio. Medita, Pastore tedesco, medita!


Si vive di più, ci si sposa di meno ma aumentano le coppie di fatto e i figli nati fuori dal matrimonio. La popolazione è in saldo positivo soprattutto per effetto delle migrazioni e veleggia verso i 59 milioni e mezzo di persone. È la fotografia dell'Italia scattata dall'Istat nelle stime anticipatorie dei principali indicatori demografici del 2007.

BEBE' E FECONDITA'. Nel 2007 il numero medio di figli per donna è stimato a 1,34. Si tratta di un dato in linea con quello dei tre anni precedenti ma comunque superiore al minimo storico nazionale del 1995 pari all'1,19. Per livelli di fecondità l'Italia è ancora al di sotto della media dei Paesi dell'Unione europea a 27 (1,51 figli per donna la stima 2007), ma soprattutto molto lontani da quelli di Paesi europei come Francia (1,98), Irlanda (1,93) e Svezia (1,85). La fecondità italiana è, invece, più o meno uguale a quella tedesca (1,34), spagnola (1,36) e portoghese (1,36).

MENO MATRIMONI E PIU' COPPIE DI FATTO. Cominciano a cambiare, anche se in maniera ancora contenuta, i comportamenti familiari. Ci si sposa di meno: il ricorso al matrimonio, rileva l'Istat, è meno rilevante di un tempo nei processi di formazione delle coppie e della discendenza. E così secondo le stime i matrimoni celebrati nel 2007 sarebbero appena 242 mila, pari a un tasso del 4,1 per mille, contro i 270 mila di cinque anni prima (4,6 per mille). Aumentano invece le coppie di fatto e in un periodo caratterizzato da una lieve ripresa della fecondità, negli ultimi cinque anni aumentano le nascite "naturali" che rappresentano nel 2006 il il 18,6% del totale rispetto al 12,3% del 2002. Nello stesso periodo diminuiscono le nascite all'interno del matrimonio: dall'87,7% all'81,4%. Si tratta di un fenomeno ancora contenuto se paragonato con paesi come Francia e Svezia, dove le nascite fuori dal matrimonio superano il 50%, "ma segnano il passaggio - afferma l'Istat - a una graduale trasformazione dei comportamenti familiari in atto nel Paese". Non mancano però differenze territoriali: la nuzialità è più alta nel Mezzogiorno, dove la percentuale di nascite fuori dal matrimonio è invece inferiore.


6 febbraio 2008

Legge 194: il progresso ci toglie il diritto di scelta.


Dopo l’interruzione di gravidanza se un neonato è vitale deve essere rianimato”
Lo hanno stabilito i direttori delle cliniche ginecologiche delle facoltà di medicina delle università romane.
Perché “Vi è un netto miglioramento della capacità assistenziale e diagnostica dell’ostetricia e quindi possiamo permetterci di far nascere bimbi in età precoce”. “La percentuale di bimbi che nascono e sopravvivono inizia ad essere presente dopo la 23esima settimana di gravidanza”
E il consenso dei genitori? Non serve!
Ho visto Arduini sfregarsi le mani:
”Una posizione che riprende la legge 194 e che ricalca la Costituzione in base alla quale il neonato ha diritto alla vita. Proprio per questo, per intervenire e assistere il neonato, non c’è bisogno del consenso dei genitori”.
E sulla possibilità che alcuni neonati sopravvivano riportando handicap?
“Questo non può essere deciso a priori, alcuni sopravvivono senza handicap.”
“L’attività rianimatoria esercitata alla nascita dà il tempo necessario per una migliore valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva e delle possibilità di sopravvivenza, e permette di discutere il caso con il personale dell’Unità e con i genitori”.
Questo documento, guarda caso, arriva a pochi giorni dalla richiesta dei vescovi di aggiornare la 194, ma, naturalmente Arduini non sapeva niente!!
Allora, io vorrei che tutti questi bei cervelloni riflettessero su alcune cose:
-La maternità deve essere una scelta responsabile e consapevole e non il frutto, ad esempio, del malfunzionamento di un contraccettivo o, peggio, di una violenza.
-La vita per un bambino non desiderato, specialmente se malato gravemente, potrebbe non essere la soluzione migliore.
-La vita di una madre ha più valore di quella di un feto.
-Limitare la possibilità di praticare un aborto vuol dire ripristinare la clandestinità di questa pratica con le ovvie conseguenze: soldi alle cliniche abortiste, soldi alle mammane, pericolo di vita per quelle donne che non hanno soldi e si procurano l’aborto da sole.
-Prendere la decisione di abortire non è mai, e ripeto mai, facile per una donna. Nessuna riuscirà mai ad andarsene a cuor leggero dopo essersi strappata un figlio dal grembo, nessuna dirà mai: “chi se ne frega se rimango incinta tanto posso abortire” perché già nel momento del concepimento una donna si sente madre e se decide di disfarsi di quella parte di sé è perché non esistono alternative, perché non ha speranze né futuro per quel figlio, perché nessuno si ricorderà di quel figlio quando non avrà di che mantenerlo o curarlo, quando quel figlio potrebbe non conoscere mai chi l’ha messo al mondo o quando qualsiasi sacrificio potrebbe risultare vano.
Io vorrei che tutti questi personaggi, che guarda caso sono uomini, la smettessero di ragionare su una cosa che riguarda esclusivamente le donne o, al massimo, le coppie se ci sono.
Vorrei che la chiesa, che ha sempre osteggiato le donne fin dall’antichità, arrivando persino a perseguitarle, la smettesse con le sue ipocrite campagne moralizzatrici e badasse invece a fare pulizia al suo interno, le donne se la sanno cavare da sole.

Vorrei segnalare, a chi potesse essere interessato/a, che sul sito dell’Aduc, o direttamente qui, è possibile aderire all'iniziatva dell'Associazione Luca Coscioni, una petizione per l'abolizione della ricetta medica per la "famigerata" RU-486.

Post preso da

http://www.scarpetterosse.ilcannocchiale.it



26 gennaio 2008

Divorzio no, nullità si...viva l'ipocrisia del Vaticano!




Narcisismo, propensione alla poligamia, abuso di alcol e persistente tendenza a dire bugie. Questi alcuni dei motivi di ordine psicologico accolti dai giudici ecclesiastici per dichiarare "nulli" i matrimoni celebrati in chiesa, secondo i dati ricavati dalla sezione "Romana Rota" del tomo "Attività della Santa Sede 2006", gli ultimi finora disponibili. Nel 2006 sono state esaminate circa 313 petizioni, per lo più riguardanti l'annullamento di nozze religiose. A favore della nullità per esempio ha pesato l'accertato "disturbo della personalità di tipo narcisistico associato all'abuso di alcool" che risulta nella sentenza n.61 del 2005. "L'abnorme dipendenza dalla famiglia di origine" è stato motivo di nullità in due sentenze, l'una del 2002 e l'altra del 2006. Anche il "gioco d'azzardo patologico" praticato dal coniuge ha condottò alla nullità in un'altra sentenza, la A36 del 2006. Nello stesso anno c'é stata una proclamazione di nullità per incapacità di reagire a una situazione post-lutto segnata dal "disturbo reattivo depressivo" . Una sentenza del 2005 ha riscontrato in uno dei componenti della coppia un "irrefrenabile impulso a falsificare la realtà". Molto vasta anche la gamma di matrimoni sfociati nella nullità perché viziati in origine da scelte riconducibili alla simulazione. La sentenza A 81 del 2006 ha citato il caso di due giovani sposati "col vincolo civile "ma che rifiutavano quello religioso perché respingevano l'indissolubilità e l'apertura alla procreazione". Quei due giovani finivano con lo sposarsi in chiesa ma "solo per esaudire le pressanti richieste dei genitori ". Un'altra sentenza la A/I01 del 2004 ha messo a fuoco la riconosciuta poligamia " del marito che, tra l'altro "pratica anche il lenocinio ", in altre parole era un 'protettore' di prostitute, con un retroterra che affondava le sue radici "in un ambiente d'origine completamente amorale ". In un altro pronunciamento (sentenza A68 del 2005) si è tenuto positivamente conto dell' errore compiuto da chi si era rivolto alla Rota per avere un giudizio "sulla probità di costumi della donna" sposata in chiesa che "dopo le nozze si rivelò dedita ai divertimenti e alle compagnie, nonché infedele". Il verdetto n. 95 del 2004 ha portato alla luce la vicenda di un uomo italiano che era andato in un paese dell'Est Europa "per trovarvi una sposa 'docile e mansueta'". Ma la ragazza, una volta trasferitasi in Italia si trovò a convivere con "privazioni e soperchierie" e, avendo fino a quel momento trovato nella religione un fattore attivo per il suo "equilibrio interiore ", dovette subire il divieto da parte del coniuge di "frequentare la Chiesa". La sentenza ha sancito la nullità ritenendo che il marito avesse ingannato la ragazza.


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26 gennaio 2008

Rifiuti Campania...siamo al sangue di San Gennaro?!



Torneremo sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Davvero non c'è limite a questa tragedia,  che sta diventando farsa, dei rifiuti in Campania. Ora scende in campo anche l'arcivescovo, che invece di scuotere le coscienze dei politici non trova di meglio che tirar fuori il sangue di san Gennaro (ma chi lo dice poi che davvero sia il sangue di un santo la cui esistenza non è neppure provata?!). Di fronte alle calamità, si giustifica il cardinale, san Gennaro viene chiamato in causa. Avrei capito di più se lo avesse invocato Bassolino...il suo oramai è un caso irrecuperabile e soltanto un "miracolo" potrebbe restituirgli dignità.


23 gennaio 2008

Procreazione assistita: splendida notizia, il TAR Lazio rinvia alla Corte costituzionale

Una splendida notizia per chi è contro i dogmatismi e la libertà di coscienza:
il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di un gruppo di associazioni, fra le quali Madre Provetta, Amica Cicogna e Warm, annullando per eccesso di potere le linee guida sulla fecondazione medicalmente assistita, la legge 40. In particolare la parte contestata riguarda il divieto di diagnosi preimpianto agli embrioni contenuto nelle linee guida. Lo ha annunciato l'avvocato Gianni Baldini in rappresentanza dell'associazione Madre Provetta. Il tribunale amministrativo ha anche chiesto alla Consulta di pronunciarsi sulla costituzionalità della legge 40.

LEGITTIMA DIAGNOSI PREIMPIANTO
Le linee guida sulla legge 40 sono illegittime per eccesso di potere e il giudice del Tar del Lazio rinvia alle previsioni della legge, che consentono una sperimentazione e una ricerca terapeutica sull'embrione, per affermare la fondatezza e la legittimità della diagnosi genetica preimpianto, facendo riferimento alle argomentazioni già contenute nella ordinanza di Firenze. Di conseguenza, ha spiegato Gianni Baldini, il legale che ha assistito nel ricorso l'associazione Madre Provetta, "la diagnosi genetica pre impianto, in forza di una interpretazione costituzionalmente orientata della legge, deve ritenersi del tutto legittima". La III Sezione del Tribunale Amministrativo solleva anche la questione di legittimità costituzionale dell'art. 14 commi 2 e 3 della legge 40/04, nella parte in cui prevede per il medico la possibilità di produrre un numero di embrioni non superiore a tre e l'obbligo del contemporaneo impianto. Una norma che risulterebbe in contrasto sia con l'articolo 3 che con l'articolo 32 della Costituzione, in quanto a fronte di una tutela dell'embrione relativa, il bilanciamento degli interessi espresso dalla norma non risulta corretto perché non terrebbe conto delle variabili quali la salute, l'età, le esigenze sanitarie nel caso concreto, le specifiche cause della sterilità della coppia.

SOLDANO(MADRE PROVETTA),ORA SUBITO NUOVE NORME
"Ora subito nuove norme, una riscrittura della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e nuove linee guida": Monica Soldano, presidente dell'associazione Madre Provetta esulta alla notizia dell'accoglimento da parte della terza sezione quater del Tar del Lazio del suo ricorso, assieme a quello dell'associazione Warm e di Amica Cicogna, che blocca per eccesso di potere il divieto alla diagnosi preimpianto. "Il Tar e le sentenza degli altri tribunali hanno riconosciuto che la legge imponeva norme che non lasciavano alcuno spazio di autonomia al medico. Le legge va riscritta - ha detto Soldano - sulla base delle conoscenze medico scientifiche conclamate". Per Soldano è necessario intervenire il prima possibile con nuovo norme anche per evitare ulteriori difficoltà alle coppie e ai medici che operano nei centri di fecondazione assistita.


21 gennaio 2008

La Chiesa torna a colpire!

Se qualcuno aveva dubbi, la Chiesa italiana li fa sparire subito e torna a colpire duro. Giudizi impietosi sullo stato del Paese; attacco ai gay, alle unioni di fatto e all'aborto; accuse  al Governo per la vicenda della Sapienza. E tutto questo lo dice non un prete qualsiasi ma il presidente dei vescovi italiani, il pur mite (mah!) cardinale Bagnasco. Dove sono coloro che criticavano i professori, dove sono i difensori del diritto del papa a parlare che si stracciavano le vesti davanti al "silenzio" a cui era stato costretto dall'interperanza di pochi professori e qualche studente scalmanato? Quanto spazio ha avuto oggi Bagnasco e quanti cittadini avrà raggiunto con la sua intemerata?



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21 gennaio 2008

Il discorso del Papa (non tenuto) alla Sapienza

CITTA’ DEL VATICANO – Mercoledì, 16 gennaio 2008 (Vatican Diplomacy). E’ stato da poco diffuso il testo del discorso che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere domani nel corso della visita all’Università di Roma La Sapienza, visita annullata ieri. Il testo è accompagnato da una lettera del card segretario di Stato Bertone al rettore dell’ateneo Renato Guarini in cui sono spiegati i motivi della rinuncia del Papa alla visita e che abbiamo già pubblicato nel post precedente. di Roma.

* * *

“Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità”

Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della “Sapienza - Università di Roma” in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un “nuovo umanesimo per il terzo millennio”.

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università “Sapienza”, l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la “Sapienza” era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola “vescovo”–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a “sorvegliante”, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi “ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia“: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione” sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta “Facoltà degli artisti”, fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una “comprehensive religious doctrine” nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

BENEDICTUS XVI





permalink | inviato da antoniolongo il 21/1/2008 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


20 gennaio 2008

Il Papa Day...foto











permalink | inviato da antoniolongo il 20/1/2008 alle 23:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 gennaio 2008

Il giorno del PapaRe

A San Pietro c'erano tutti. Gli ultracattolici di Militia Christi, che vorrebbero tornare al Concilio di Trento o giù di lì, e il cattolico molto liberal e molto PDemocratico Franceschini; l'ammaccato ex ministro Mastella e il sempre pimpante-superantipatico-socialista-excigiellino-expiduista Cicchitto; l'eterno Andreotti e il frizzante Cossiga...e centinaia di migliaia di cattolici chiamati a gran voce dal Cardinal Ruini, che prima di andare in pensione come Vicario di Roma, ha voluto fare questo ultimo gesto che odora più di polemica contro una certa classe intellettuale italiana (di sinistra e laica), che di manifestazione di affetto al "Papa zittito".
Il Tevere torna a dividere gli italiani? Il Vaticano torna ad essere "segno di contraddizione"? Mah...Speriamo di no. Speriamo che tutto passi presto in pochi giorni, senza lasciare strascichi....
Certo, fa effetto sentir parlare di "impedimento alla libertà del papa", "tappata la bocca del Papa"...
Lo vediamo, lo sentiamo tutti i giorni...nei TG..la messa della domenica..l'Angelus...Pasqua..Natale..le visite nelle parrocchie...i viaggi in tutto il mondo..
.



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permalink | inviato da antoniolongo il 20/1/2008 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


16 gennaio 2008

Il Paese dei tromboni

Saranno contenti adesso i vari professorini che hanno combinato questo bel casino! Tutti sono turbati da questa violenza fatta alla libertà di movimento e di intervento del Papa. Passano in secondo piano, anzi sono dinenticate,  le violenze morali fatte negli ultimi tempi dallo stesso Papa, dalla Chiesa e dai cosiddetti Teodem a tutti gli italiani con le ingerenze, i condizionamenti, gli interventi sottotraccia contro il divorzio breve, la fecondazione assistita, il testamento biologico, la contraccezione...
E tutti a stracciarsi le vesti (me compreso!) per questo evento disastroso sul piano dell'immagine ma che in fondo fra qualche giorno sarà dimenticato.
Quello che invece resterà, anzi avrà nuovo vigore e griderà più forte, sarà la voce di chi vuole omologare l'Italia alla morale cattolica (perlomeno nella lettura che ne danno Ratzinger & C.), ai divieti e ai tabù sessuali. Saranno i Ferrara, i Baget Bozzo, le Binetti  a riprendere vigore e a pretendere  "moratorie"  della legislazione, revisioni, protezioni della gioventù bruciata.....
Insomma, torna trionfante il Paese dei tromboni, siano essi laicisti o clericali. Non importa il merito delle questioni. Conta farsi sentire, suscitare chiasso, fare casino. Poi, che importa il dopo...  




permalink | inviato da antoniolongo il 16/1/2008 alle 9:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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